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I sentimenti nei mammiferi: tra filogenesi ed ontogenesi

di Gianni Tadolini
 
Ho passato molti anni della mia vita da adulto a riflettere sulla natura e sull’origine dei sentimenti, non solo quelli dei soggetti appartenenti alla mia specie, ma anche quelli che pensavo di riconoscere nelle specie animali più o meno prossime alla mia: gli animali domestici. Dal cercare risposte alle domande che mi ponevo sugli animali non-umani credo di aver appreso importanti insegnamenti che riguardano da vicino me stesso ed i miei simili co-specifici.
Nella vita professionale mi sono occupato, in gran parte, di ricerche sui farmaci, in particolare delle fasi di studio che precedono la sperimentazione sull’uomo. Negli anni in cui lavorai a queste cose – assai più di oggi – ogni futuro farmaco doveva superare numerose prove su animali, prima di passare alle fasi della ricerca che lo avrebbero poi autorizzato al mercato della salute [[1]].
Il mio primo contatto con un laboratorio in cui erano utilizzati Animal Models – modelli animali sperimentali – avvenne a Milano nel 1993: avevo 43 anni ed iniziavo gli studi sulla biochimica del cervello dei roditori, in particolare sulle sostanze endogene che governano la vita psichica ed il comportamento e che spesso interagiscono con i farmaci per il Sistema Nervoso Centrale, negli animali come nell’uomo.
Man mano che proseguivo in questo percorso balzavano all’evidenza le somiglianze tra gli animali e l’uomo. Certo, la lontananza morfologica corticale non era poca, quindi la complessità della materia grigia umana era ben altra cosa rispetto alle semplici circonvoluzioni dei miei piccoli mammiferi, tuttavia, quando entrai nell’affascinante mondo della neurotrasmissione nervosa, le differenze si ridussero notevolmente: le cosiddette amine biogene e i diversi neurotrasmettitori aminoacidi [[2]] governavano le loro emozioni come le mie e – con  modeste varianze – esprimevano le medesime funzioni. Più che mai, in quegli anni, feci esperienza dell’essere filogeneticamente un mammifero.
 
 
 
Filogenesi, appunto: è la lunga storia del nostro divenire ciò che siamo. Essa descrive la linea evolutiva di una specie (phylon, in greco, vuol dire razza, specie, gruppo). Ontogenesi: è il racconto della “mia” storia in quanto individuo. L’ontogenesi descrive lo sviluppo del singolo organismo dalla fecondazione al suo compimento (ón, in greco, vuol dire ente).
 
 
 
Ernest Haeckel [[3]], biologo tedesco (1834 - 1919), sostiene l’esistenza di una legge biologica fondamentale, che lui chiama ricapitolazione, per la quale nell’ontogenesi si esprimerebbe il riassunto, il condensato, il ripasso della storia evolutiva delle specie, quindi della filogenesi. Ancora Haeckel sostiene che nel percorso ontogenetico (dalla nascita alla morte) di ognuno di noi si ripropongono le stesse tappe che troviamo nella storia evolutiva della specie.
Secondo gli studiosi classificatori del Smithsonian  Museum of Natural History (USA) alla classe dei mammiferi appartengono 5.440 specie viventi, tra cui noi esseri umani e la maggior parte degli animali che abitano con noi, lavorano per noi, dei quali spesso ci nutriamo ed ai quali, a volte, siamo affezionati.
Tra i mammiferi troviamo morfologie e dimensioni assai diverse, dal piccolo Mustiolo, un toporagno di appena 2 grammi, fino alla Balenottera Azzurra che può pesare fino a 150 tonnellate, eppure molti di essi hanno tratti comportamentali che mettono in evidenza parecchie somiglianze con l’Homo sapiens: accudiscono la prole e svolgono cure parentali, posseggono una segnaletica intra-specifica (o anche inter-specifica, come ad esempio nel cane, nel cavallo, nella pecora ecc.) che interpreta stati d’animo, si uniscono in gruppi, colonie e famiglie con leggi sociali e precise gerarchie. Insomma, hanno molto a che fare, in termini di somiglianza, con la nostra specie.
 
Noi mammiferi siamo un gruppo monofitelico, ciò vuol dire che tutte le specie che ad esso appartengono discendono da comuni progenitori: i Sinapsidi.
Circa 300 milioni di anni fa i primitivi rettilioformi, cosiddetti Amnioti – adattando probabilmente il loro sistema sensoriale alle peculiarità dell’ambiente – si trasformarono lentamente, in uno spazio temporale di alcuni milioni di anni, in Sauropsidi e Sinapsidi. Per essere molto approssimativi, dai primi derivarono gli uccelli ed i rettili, dai secondi i mammiferi.
E’ difficile attribuire il primo “attestato” di mammifero alle innumerevoli specie che sul finire del Triassico e l’inizio del Giurassico [[4]] cominciavano ad avere quelle caratteristiche che poi sono più o meno rimaste costanti nel gruppo: dobbiamo arrivare alla sotto-classe degli Eutheria (Placentati), cioè animali che, oltre ad avere configurazioni fisiologico-metaboliche vicine a quelle dei mammiferi moderni, erano in grado di partorire i piccoli vivi – avvolti dalla placenta – e di accudirli.
Alcuni studiosi considerano la struttura del canale auricolare e la conformazione dell’articolazione mandibolare per rintracciare il momento della transizione da rettile a mammifero, quindi fanno rientrare nella classe Mammalia le varie specie che ancora come i rettili deponevano le uova, ma sembra possedessero ghiandole mammarie [[5]]. Certamente erano animali molto piccoli, simili – a quanto risulta dai reperti fossili – al nostro topo, o forse più precisamente al toporagno.
E’ probabile che i Placentati con Sistema Nervoso Centrale evoluto al punto da consentirci di parlare di vita sentimentale compaiano tardi, tra la fine del Mesozoico e l’inizio del Cenozoico (100 – 50 milioni di anni fa), dopo una quantità di modificazioni genetiche e morfologiche il cui numero non è neppure immaginabile. E’ certo comunque che nel corso di qualche milione di anni ci sia stata un’evoluzione di quello che – con un’accezione molto approssimativa – possiamo definire patrimonio istintuale di base. Da tale base istintuale si procede verso una maggior complessità della sfera psichica, fino al configurarsi di una primitivasentimentalità, cioè una dimensione che consente al mammifero di esperire (in sé stesso e forse nel co-specifico [[6]]) bisogni non essenziali per la sopravvivenza, ma interessanti ed in grado di introdurre nella vita animale una dimensione “qualitativa”: anche per il non-umano si può utilizzare il concetto di qualità di vita [[7]].
Siamo in un contesto di complessità emotiva, con limiti ben lontani dall’essere definiti. Tuttavia è evidente, solo per fare un esempio, che tra il semplice istinto che porta la femmina a nutrire la prole ed un sistema più articolato e ricco che la spinge ad accudire, educare, introdurre il cucciolo alla vita sociale del branco attraverso un apprendimento graduale, che induce il manifestarsi di stati d’angoscia o simil-luttuosi di fronte alla morte del piccolo o del compagno, ci sia molta differenza e presumibilmente una considerevole distanza evolutiva.
 
Penso dunque che ad un certo punto della catena evolutiva dei mammiferi si possa parlare di comparsa della sentimentalità. D’altra parte Charles Darwin, il padre indiscusso dell’evoluzionismo biologico, in un articolato (e purtroppo poco noto) saggio del 1872, intitolato The Expression of Emotions in Man and Animals [[8]], era assolutamente d’accordo, e dedicava due lunghi capitoli a descrive sia i mezzi di espressione delle emozioni negli animali, sia la complessità delle manifestazioni “di gioia, di affetto, di dolore, di collera, di stupore e di spavento” presenti negli animali come nell’uomo. Darwin era un convinto assertore della continuità evolutiva, quindi sosteneva che
tutto ciò che è nell’ontogenesi umana è già rintracciabile nella filogenesi dei mammiferi che la precedono.
 
 
 
Quasi 140 anni sono passati dalla pubblicazione del saggio di Darwin, lasso di tempo che ha visto decine di scienziati cimentarsi nello studio dell’evoluzione psicobiologica della sentimentalità animale ed umana. Un grande contributo a questa ricerca lo hanno apportato le Scienze Cognitive recenti e gli studi sulla filogenesi del cervello. Citiamo fra i tanti autori il neurobiologo Gerard Edelman, fautore della teoria del darwinismo neurale (1987), nella quale sostiene la mente umana (ivi compresa la mente emozionale) essere il prodotto di un lungo processo evolutivo e selettivo dei gruppi neuronali dei mammiferi primitivi, sotto le influenze e gli scacchi determinati dall’ambiente.
Le scienze biologiche moderne – a nessun livello – mettono più in dubbio l’ipotesi evoluzionista, se mai la rimodellano alla luce di nuove acquisizioni e di diversi paradigmi socioculturali. Eppure esiste ancora, nel mondo scientifico, un variegato filone di pensiero che tende a sminuire l’evoluzione nella storia della coscienza e della sentimentalità evoluta: per coloro che si riconoscono in questa corrente, se l’evoluzione è la fondamentale chiave interpretativa per capire filogenesi ed ontogenesi di cellule, organi e apparati, non lo è – o almeno lo è solo parzialmente – quando parliamo di coscienza e di sentimenti evoluti. Questi scienziati, spesso senza volerlo – e forse senza saperlo – entrano palesemente in contraddizione con quel paradigma darwiniano che difendono e, se sono disposti ad ammettere l’evoluzione per il mero istinto (fame, sopravivenza, territorialità, sessualità), non lo sono altrettanto per i sentimenti più evoluti (affettività, fedeltà, odio, gioia, tenerezza, etc.). Questa dicotomia è stata impressionante per decenni ed ha reso possibile che uomini di scienza moralmente irreprensibili si comportassero da veri torturatori degli animali durante le ricerche. Mi viene alla mente – solo a titolo di esempio – il Prof. Harry Harlow, famoso psicologo statunitense del “Centro Ricerche Primati” di Madison, sui cui testi noi psicologi sperimentalisti abbiamo studiato e dato esami.
Il modello di Harlow, applicato sui cuccioli di scimpanzé, è stato uno dei primi e più importanti Animal Models per la valutazione delle carenze affettive da deprivazione sensoriale. Il cuore dell’esperimento consisteva nel riuscire a produrre nei cuccioli stati d’angoscia e depressione tramite una progressiva deprivazione sensoriale: quando l’ansia era sufficientemente elevata il piccolo veniva messo a contatto con una madre artificiale di stoffa morbida (non nutriente, in quanto il latte veniva invece erogato da una diversa madre metallica). La madre morbida inizialmente “rassicurava” il cucciolo, poi gradatamente si trasformava in una “madre mostro” – mother monster la chiama lo stesso Harlow – che terrorizzava l’animaletto infliggendogli svariati tormenti e “delusioni”. La scoperta di Harlow fu che il piccolo si avvinghiava sempre più alla madre artificiale, nonostante che venisse da essa progressivamente mortificato. Da lì a breve si manifestava nel cucciolo uno stato di apatia depressiva. E’ passata alla storia della psicologia la frase del grande John Bowlby – il creatore di quella che oggi è conosciuta col nome di Teoria dell’Attaccamento – che, invitato da Harlow a visitare il laboratorio, ebbe a dire: “Perché tentare di indurre psicopatologie nelle scimmie? Avete già nel laboratorio più scimmie psicopatiche [si riferiva ai ricercatori] di quante se ne siano mai viste sulla terra”. L’aneddoto fu riportato dalla rivista Engineering and Science, n. 33 – 1970, raccontato dal Prof. Harlow in persona.
A chi si è occupato di storia della psicologia sperimentale sono noti molti altri modelli della psicologia di laboratorio in voga negli Stati Uniti in quegl’anni: fu ancora Harlow a costruire per le scimmie un cilindro metallico che definì “il pozzo della disperazione”, come strumento per lo studio della depressione ed un procedimento dall’emblematico nome “macchina dello stupro” per dimostrare che le femmine fecondate artificialmente da questo aggeggio avrebbero rifiutato i piccoli, a volte addirittura sfondandogli il cranio con i denti.
[…] E mentre scrivo questi appunti mi entra nel ricordo quella brutta figura dello psicologo cattolico Padre Agostino Gemelli (che ebbi modo, da bambino, di conoscere personalmente), francescano, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e pioniere della psicologia italiana, che intimava agli studenti di tagliare le corde vocali ai cani ed ai gatti durante le esperienze in vivo, “affinché con le loro grida di dolore non disturbassero il lavoro dei ricercatori” (testimonianza, molto attendibile, dello storico della medicina Giorgio Cosmacini, di certo non particolarmente sensibile alle questioni animaliste).
Come ha più volte messo in evidenza il Prof. Bernard Rollin, docente di Bioetica Veterinaria all’Università del Colorado – proprio coloro che maggiormente sono stati paladini della continuità darwiniana si sono comportati, nel loro rapporto con gli animali utilizzati per studi scientifici, come se gli animali stessi fossero filogeneticamente distanti dall’uomo milioni di anni-luce e come se la sfera dei diritti, data tale distanza, fosse appannaggio solo di quest’ultimo.
Personalmente sono arrivato alla convinzione dell’esistenza, nei mammiferi non-umani, di emozioni assai vicine a quelle degli umani. Le discipline che mi hanno portato a questa convinzione  sono state la Psicologia Comparata e la Neurobiochimica Comparata. Mi sono occupato di Psicologia Clinica umana per oltre trent’anni, confrontandomi con centinaia di pazienti portatori di svariate forme di sofferenza psichica.
 
 
 
L’idea che mi sono fatto è che molte psicopatologie dell’essere umano altro non siano che la rappresentazione culturalizzata di antichi atavismi presenti nelle specie appartenenti ad una stessa classe.
 
 
 
Solo per fare un esempio: in tutti i mammiferi troviamo la propensione alla territorialità, cioè all’individuazione ed alla difesa di un territorio in cui vivere. Io credo, ad esempio, che tra il lavoro di un branco di lupi per dominare un terreno di caccia e la lotta, in termini di strategie di mercato, di gruppo commerciale non vi sia, in ultima istanza, molta differenza. Ancora: la dinamica della gelosia che possiamo notare tra i membri di un gruppo umano è del tutto simile a quella osservabile nei nostri animali domestici, o a volte in colonie anche allo stato selvatico.
Due delle psicopatologie che flagellano oggi la nostra società umana – gli attacchi di panico e le depressioni – sono sicuramente rintracciabili in tutte le specie di mammiferi. Sempre per star negli esempi, ho avuto modo di osservare molte volte nei cani la “fobia dei temporali” e il conseguente comportamento distruttivo di certi animali domestici che non tollerano l’ansia di separazione dall’uomo in presenza di percezione di minaccia: il temporale è un evento incontrollabile, spesso improvviso, con ampie caratteristiche di pericolosità. L’animale non capisce, non riesce a categorizzare, sente in pericolo la propria integrità, percepisce il sopraggiungere di un annientamento incombente. Mette quindi in atto comportamenti scomposti, vagamente finalizzati alla fuga, ma scarsamente efficaci ai fini di un effettivo progetto di salvezza, spesso distrugge tutto ciò che trova a “portata di zampa”. Neurofisiologicamente si attivano, in maniera esasperata, i meccanismi biologici che da milioni di anni governano la dinamica della lotta e della fuga: l’attivazione adrenergica, il rialzo pressorio, la costrizione vasale, l’aumento della frequenza respiratoria e del ritmo cardiaco, la tensione muscolare, la predominanza dei meccanismi attentivi e d’allerta, la dominanza emisferica-corticale sinistra. Tutto ciò si riproduce esattamente – quasi sempre con caratteristiche simili anche dal punto di vista fisiologico – nell’uomo che si sente minacciato e non riesce a vedere, a livello concreto o simbolico, una via di fuga:
 
 
 
l’esperienza del terrore è la stessa in tutti i mammiferi.
 
     
 
Ho imparato che in tutti i mammiferi (uomo compreso) sono attivi – probabilmente da centinaia di migliaia di anni – due “istinti” di fondo, o meglio, due “gruppi di istinti” fondamentali: al primo appartengono le pulsioni strettamente finalizzate a perpetuare la specie: troviamo l’attrazione sessuale vera e propria, il desiderio biologico dell’accoppiamento, quindi l’insieme delle componenti visive, olfattive, auditive per le quali il maschio e la femmina si attirano fino alla copula; al secondo appartengono le spinte a prendersi cura dei cuccioli, ad unirsi in comunità e ad assistere i membri del gruppo, a collaborare per ottenere un risultato. Il primo gruppo di istinti da origine alla coppia, il secondo al branco, che nel contesto umano si chiama sia famiglia che gruppo sociale di appartenenza: l’essere in coppia è governato in gran parte da pulsioni che si esprimono nella sfera dell’eros, il branco è governato invece dal sentimento di appartenenza.
Se noi guardiamo gli ominidi del tardo Quaternario dell’era cenozoica (approssimativamente 500.000 anni fa) vediamo “famiglie” non molto dissimili dai branchi dei lupi, almeno per quanto possiamo intuire dai tentativi di ricostruzione paleontologica. Certamente l’attrazione sessuale tra maschio e femmina, con la conseguente nascita della prole, anticipa la nascita del gruppo sociale, ma esauriti gli istinti sessuali bisogna provvedere alla sopravivenza dei piccoli.
Come testimonia il naturalista Carmine Esposito – che ha dedicato all’osservazione dei lupi allo stato selvatico centinaia di ore sui Monti Lepini (Appennino Laziale) – già al termine della gravidanza la lupa è contornata dall’attenzione e dalla curiosità degli altri membri del branco: « quando si avvicina il momento del parto tutto il branco rimane nelle vicinanze della tana, mentre il maschio dominante ne sorveglia l’ingresso. Frenesia ed eccitazione cominciano a prendere il sopravvento tra i lupi che sembrano quasi impazienti di vedere i cuccioli: incominciano a scodinzolare, a giocare, a leccarsi reciprocamente, tremano e uggiolano come se fossero felici per l’evento. Ognuno spia all’interno della tana e annusa l’aria … » [[9]].
Da quando i lupetti vedranno la luce si ripeteranno per mesi le stesse scene familiari che siamo abituati ad osservare nel consorzio umano: i piccoli giocano contornati  da vezzeggiamenti.
 
 
 
« I lupi – afferma Esposito – in tanti loro comportamenti sono sorprendentemente simili a noi … » [[10]]
  
 
 
Sembra che i lupi, come d’altra parte anche i cani (… per non dire degli uomini), impieghino grandi energie a stabilire gerarchie. La propensione a costruire ruoli gerarchici è già presente nei cuccioli: è una caratteristica di specie che resterà nell’animale per tutta la vita.
Gli etologi hanno denominato i ruoli di dominante e gregario con le prime due lettere dell’alfabeto greco, alfa e beta, per cui si dice un “maschio alfa”, quando si parla di un capo-branco, o con tali potenzialità, e di un “maschio beta” quando si parla di un lupo, o di un cane, con una scarsa autonomia decisionale e la tendenza a sottostare a scelte poste in essere da altri. Tale posizione si attribuisce anche alle femmine.
Giunti alla maturità sessuale i canidi tendono a conquistare un livello gerarchico più elevato possibile; il branco quindi si configura in maniera quasi piramidale: al vertice sta la coppia alfa, contornata dagli altri membri del gruppo, in genere collaboranti con la coppia dominante.
Un espressione importante della dominanza sta nel possesso delle femmine (questo anche in molte culture del mammifero-uomo), solo un maschio alfa può accoppiarsi e solitamente riserva le sue attenzioni erotiche unicamente ad una femmina alfa. Questa legge non è ferrea, ma è statisticamente frequente nei branchi di lupi e nei cani allo stato semi-selvatico.
La predominanza sessuale si riflette poi nella vita sociale in quanto sarà la coppia alfa a farsi carico della sopravivenza del gruppo: individuerà il territorio e le strategie di caccia ed impedirà il disordine e l’eccessiva competizione fra i membri del branco. Esiste quindi nei canidi una sorta di “fedeltà” naturale della coppia genitoriale che può durare anche molte stagioni.
E’ possibile che la lupa alfa venga retrocessa ad un rango inferiore per i più svariati motivi, motivi che spesso sono indecifrabili agli occhi di un osservatore esterno. Per poterci capire qualcosa l’osservatore dovrebbe essere in grado di decodificare il complesso alfabeto olfattivo del mondo dei canidi.
Il cambiamento di stato, da un ruolo gerarchicamente superiore ad uno inferiore, può riguardare anche un maschio: infatti avviene che una lupa non accordi più i propri favori sessuali ad un maschio dominante, invitando un altro membro del gruppo a conquistare una posizione di maggiore rilievo nella scala gerarchica.
In altre specie animali – pensiamo ad esempio ai felini domestici – il problema della gerarchia può essere meno sentito, ma piuttosto sostituito da quello del controllo territoriale: non si riscontra allora una vera posizione dominante rispetto alle femmine o al gruppo, ma una forte propensione ad una supremazia territoriale.
Senza dilungarmi nella descrizione delle varie specie animali mi preme mettere in evidenza che i comportamenti che possiamo collegare ad emozioni relazionali, nei mammiferi, possono essere approssimativamente catalogati in due grandi classi:
 
 
 
   ►   Sfera dell’eros       accoppiamento  →   piacere/istinto
   ►   Sfera sociale          gruppo/famiglia  →  bisogno/convenienza
      
 
 
Desidero sottolineare con forza la relativa autonomia dei percorsi (sia in termini di filogenesi che di ontogenesi) che stanno alla base delle due diverse configurazioni:
 
►    la coppia deriva dall’istinto atavico ad esprimere libido (perpetuando, di conseguenza, la specie),
►    la famiglia e il gruppo, invece, derivano dalle strategie per procurarsi le condizioni più utili alla sopravvivenza.
 
Nella specie Homo sapiens – per motivi correlati al divenire di varie socio-culture nel corso dell’evoluzione – i due percorsi si intrecciano, così che la specie umana si è trovata invischiata nell’annoso problema della fedeltà coniugale e del tradimento del partner: nel momento in cui viene configurato un gruppo familiare la coppia viene “moralmente” obbligata anche all’esclusività sessuale. Ma questo dettato, in realtà, se può trovare un qualche significato sulla linea ontogenetica, non lo trova di certo su quella filogenetica specie-specifica. E’ tutt’altro che infrequente notare nella specie umana che al dissolvimento della coppia coniugale – per l’esaurimento degli interessi erotici o perché uno dei membri della coppia rivolge attenzioni sessuali ad un individuo estraneo – non segue il dissolvimento della famiglia. Molti coniugi separati, pur non avendo più vita sessuale di coppia, continuano spesso (soprattutto se esiste prole) un tipo di frequentazione che ricorda in tutto lo stile familiare more uxorio. Verosimilmente, ciò che spesso i terapeuti di coppia stigmatizzano come “ambiguità” o ambivalenza, è in realtà una dimensione consona alla storia filogenetica di molti mammiferi da branco: difficilmente un maschio dominante che voglia retrocedere la propria compagna ad un rango inferiore (in cui non è previsto l’accoppiamento sessuale) arriverà a cacciarla dal branco. Non è una questione di istinti, ma di socio-cultura dell’appartenenza.    
A questo punto è necessario spendere qualche parola per stimolare una riflessione sull’esistenza o meno, nelle specie non-umane, di socio-culture.
Di recente il paleontologo ed etologo italiano Michelangelo Bisconti [[11]], tra i massimi conoscitori mondiali dell’evoluzione dei cetacei e dei loro sistemi di comunicazione, ha difeso con forza la necessità di parlare di cultura per definire le conquiste sociali derivanti dall’apprendimento in molte specie non-umane. Gli animali, imparando comportamenti utili nel continuo confronto con gli eventi naturali, assumono informazioni che poi socializzano e trasmettono da generazione in generazione. Un comportamento sociale quindi non può essere compreso solamente sulla base di risposte istintuali, rinforzate o scoraggiate da gratificazioni ed insuccessi (come voleva Skinner), ma deve essere inquadrato come acquisizione culturale, cioè come fenomeno che comporta scelte soggettive che vengono socializzate.
Un noto esempio, ormai entrato nell’aneddotica etologica, fu quello osservato nel 1958 in Giappone dai primatologi Shunzo Kawamura e Masao Kawai: la scimmietta Imo aveva appreso spontaneamente a lavare le patate dolci con acqua di mare. Infatti gli operatori del parco naturale, dove Imo abitava, gettavano i tuberi sulla spiaggia non curanti del fatto che le patate si sarebbero sporcate di sabbia. Per generazioni tutte le scimmie dell’Isola di Koshima si erano nutrite di patate sporche di sabbia, ma Imo cambiò la cultura alimentare di un’intera popolazione. Per anni vi furono scimmie che preferivano lavare le patate ed altre no. Al termine del settimo anno, tuttavia, non esisteva più neppure un macaco che non lavasse le patate. I piccoli apprendevano dalle loro madri a nutrirsi di patate lavate e questo gesto alimentare divenne un’abitudine razza-specifica. Ecco come nasce una cultura.
A volte il processo culturale è retto da importanti trasformazioni di rimodellamento genetico. Mi ha sempre impressionato la ricerca condotta dagli psicologi Robert Sapolsky e Lisa Share e finanziata dall’Università di Palo Alto [[12]] sui babbuini del parco naturale Masai Mara in Kenya: i gruppi di babbuini erano ordinati da gerarchie al cui vertice c’erano animali d’alto rango, molto aggressivi e potenti. I conflitti violenti fra questi maschi dominanti erano frequenti e con spargimento di sangue, cosicché nei maschi alfa non era raro vedere ferite, cicatrici e mutilazioni. Ma la maggioranza degli altri babbuini era però composta da femmine e maschi beta, assai più miti e remissivi dei loro simili alfa.
Nel 1983 scoppiò nella zona un’epidemia di tubercolosi, trasmessa probabilmente da una mandria di buoi infetti. Il contagio si diffuse per via ematica e per contatto diretto “corpo a corpo” soprattutto tra i dominanti, perché erano gli unici a ricercare lo scontro, quindi ad infettarsi reciprocamente con morsi, graffi e saliva. I maschi gregari e le femmine – che non partecipavano alle lotte – restarono quasi indenni. Nel giro di pochi anni moltissimi capi babbuini erano morti di tubercolosi, lasciando spazio ad una generazione mite, femminea, propensa a comportamenti sociali di compromesso ed evitamento del conflitto. Nel periodo successivo si consolidò tra le famiglie di primati del luogo una cultura della pace che fece perdere le storiche caratteristiche di aggressività ai babbuini del Masai Mara.
 
Mi avvio alla conclusione. Vorrei congedarmi con un’affermazione suffragata da un recente e triste episodio di cronaca animalista. L’affermazione è la seguente:
 
 
 
i sentimenti nei mammiferi poggiano su una base neurofisiologica molto simile nelle diverse specie, per cui possiamo affermare che tra ciò che “sente” l’uomo e gli altri animali della sua classe intercorra poca differenza, almeno nell’ordine della filogenesi. Ma le espressioni dei sentimenti sono ampiamente diversificate, nella linea dell’ontogenesi, dall’esistenza di culture di solito a grande distanza tra loro.
 
 
 
L’episodio invece è tratto dalla cronaca di qualche mese fa. E’ una vicenda triste, che fa accapponare la pelle: la racconta il Prof. Marc Bekoff, etologo dell’Università del Colorado, amico e collaboratore di nostri amici.
Sapete cosa sono gli Orsi della Luna? Ne hanno parlato molti giornali. Sono grandi mammiferi, originari delle foreste imalaiane. Da secoli, soprattutto in Cina, è invalso l’uso crudele di chiudere questi giganti in gabbie di piccole dimensioni (grandi quanto il corpo dell’orso) dove l’animale resta in reclusione anche per anni. A questi plantigradi viene tolta costantemente la bile con cateteri immersi nella cistifellea. Tra la segregazione e le continue infissioni di aghi e cannule l’animale soffre atroci tormenti. La medicina cinese – che, non di rado, a millenarie intuizioni terapeutiche mescola pratiche barbare e superstiziose – ritiene che nella bile di orso si contengano virtù curative ed estetiche. In queste “fattorie della bile”, veri e propri campi di tortura, albergano attualmente circa 14.000 orsi, con il completo assenso del governo di Pechino. Gli animali a volte tentano di sottrarsi ad una cattività così insopportabile tentando il suicidio. Perché non si mordano, fino a morire per sanguinamento, agli orsi vengono strappati denti e artigli.
E’ di pochi mesi fa il seguente episodio: una mamma orsa non ha retto alle grida di dolore del suo piccolo, al quale gli aguzzini stavano già impiantando i cateteri e – forzando la porta della gabbia grazie all’energia della disperazione – ha raggiunto il cucciolo, stringendolo in uno straziante ed ultimo abbraccio fino ad ucciderlo, poi si è lanciata con tutta la forza contro un muro, restando uccisa sul colpo.
 
Sarebbe grossolanamente riduttivo interpretare un simile gesto ricorrendo alla categoria dell’istinto materno, tanto meno a quello di una indefinita disperazione: quella madre riesce addirittura a prevedere il tremendo destino che aspetta lei ed il suo cucciolo ed è straziata da un dolore forse molto simile a quello delle madri nei campi di sterminio nazisti, quando i medici del Terzo Reich strappavano loro i bambini per destinarli agli esperimenti. La madre-orso, non differentemente dalla madre-uomo, viene lacerata da un dolore a stento immaginabile da chi non lo abbia provato direttamente, tanto più acuto perché consapevole che non si esaurirà presto nel tempo, né per lei, né per il suo piccolo.
 
Non si parli quindi di istinti, in casi simili, quanto piuttosto di sentimenti e cultura. Di fronte a certe descrizioni anche le menti cartesiane e bigotte di certi scienziati cinici o di certi prelati paladini dell’ultra-ortodossia cattolica – quelle cioè che vogliono difendere a tutti i costi il primato dell’uomo sugli altri esseri senzienti e il suo diritto di asservire la natura ai propri capricci, come se tutto ciò fosse addirittura ordinato dal Creatore (Genesi 1,28) – dovranno rimpicciolirsi e tacere … e chiedere perdono all’Universo per la propria arroganza. Perché se fosse vero – come vuole il mito cristiano – che quel Creatore è sceso a fianco delle sue creature per condividerne il dolore e la morte … Allora è anche vero, come afferma il filosofo Michel Damien, che …
 
“ Cristo è morto anche per i cani ”
                                                                                                      
 
Relazione del Dr. Gianni Tadolini - 15 ottobre 2011

[[1]] Molte delle prove di laboratorio che ora si compiono solo in vitro (su tessuti), o addirittura in silico (con metodologie di simulazione biologica computerizzata) allora si eseguivano direttamente sull’animale vivo, esponendo spesso i piccoli mammiferi a non lievi sofferenze. Oggi le procedure invasive sull’animale sono quanto meno ridotte e meglio controllate, ma prima di arrivare ad una sperimentazione realmente “a-sofferenza-zero” dovrà trascorrere ancora molto tempo.  
[[2]] Dopamina, serotonina, nor-adrenalina, acido γ-ammino-butirrico, acido glutammico, acetilcolina.
[[3]] Haeckel E. - La lotta per l’evoluzione - Tr. it. di Mario Domenichini, UTET 1908.
[[4]] Siamo quindi nel primo Mesozoico, circa 230 milioni di anni fa.
[[5]] Megazostrodon, Adelobasileus, Sinoconodon, Haldanodon, ecc.
[[6]] Come un animale possa riconoscere in un co-specifico bisogni che appartengono a sé stesso è quasi un mistero. Tuttavia sia l’etologia che la letteratura profana sono ricche di descrizioni di accudimento del simile, di mutuo soccorso, di sacrificio per la sopravvivenza della prole o del branco. Qualche informazione ci è stata data di recente con la scoperta dei neuroni specchio, ad opera del Prof. Giacomo Rizzolati, neuroni dai quali potrebbe dipendere la sensibilità al mondo dell’altro.   
[[7]] E’ evidente che per un cane poter dormire sul letto del padrone o riceverne le carezze non corrisponde ad un istinto primario o ad una reazione biologica finalizzata alla sopravivenza, tuttavia è innegabile che la maggior parte dei cani gradiscano situazioni simili e che la presenza nella loro vita di tali accortezza possa modellare non poco la qualità della vita stessa.
[[8]] La prima traduzione in lingua italiana: L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali, la dobbiamo a Giovanni Canestrini e Francesco Bassani. Fu pubblicata a Torino nel 1878 con l’approvazione dello stesso Darwin.  
[[9]] Esposito C. - Il lupo - Franco Muzio Editore 2007, pag. 29.
[[10] ] Ibidem, pag. 30.
[[11]] Bisconti M. -  Le culture degli animali - Zanichelli, 2008.
[[12]] Palo Alto - Stanford Press. PLOS Biology, 2004